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Ciao a tutti mi chiamo Salvatore Fizzarotti ,sono di Roma.

La mia professione: Photoreporter,il classico photoreporter,quello che denuncia i fatti reali senza porsi problemi e scrupoli di sorta………Credo in quello che faccio e cerco di raccontarlo con le mie immagini………Quello che cerco è l’emozione delle persone che vedono le mie foto,senza cercare notorietà e glorie,non sono molto bravo nel descrivermi,quindi lascio la parola ad alcune persone che con due parole hanno colpito in pieno il soggetto………Grazie a tutti.

 

Un mio collega scrive:

Chi si affaccia ad un mondo completamente diverso da quello in cui vive, rischia di cogliere solo il lato "curioso", folkloristico, a volte persino bizzarro di una società: le foto di Salvatore mostrano invece una attenzione intelligente ed una rara sensibilità.Le persone, i volti, le ambientazioni sono colte con una sobrietà ed un rigore così intensamente rispettosi da far pensare ad un lavoro svolto nell'ombra, in silenzio, quasi a non volersi intromettere e disturbare una cultura così affascinante nella sua diversità al punto da aver turbato le coscienze e lo spirito di milioni di viaggiatori.

E proprio di questo si tratta: la professionalità di Salvatore si esprime nel cogliere le sensazioni, le situazioni che solo un "viaggiatore", non certo un "turista", può cogliere in una frazione di secondo.”

 

Un anonimo scrive:

La fotografia come mezzo espressivo. Anche sulla rete. Un blog come una finestra da cui affacciarsi su un mondo diverso da quello in cui si vive. "Datti", il diario online di Salvatore Fizzarotti offre una prospettiva diversa per analizzare i temi legati alla grande attualità.

 

  



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  6/10/2005

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1 dicembre 2005

LE ULTIME "PAROLE FAMOSE"

Circa 400 integralisti, legati ad Al Zarqawi, hanno preso
per qualche ora il controllo delle strade principali
Attacco dei ribelli a Ramadi
"La città è nelle nostre mani"

Ma poco dopo, secondo testimonianze, gli attaccanti si sono ritirati


<B>Attacco dei ribelli a Ramadi<br>"La città è nelle nostre mani"</B>

RAMADI - Operazione-manifesto della guerriglia stamane a Ramadi: centinaia di ribelli armati hanno sferrato un attacco su vasta scala oggi nel capoluogo della provincia occidentale irachena di al-Anbartradizionale roccaforte della guerriglia sunnita, ritirandosi dopo poche ore.

Presi d'assalto una base militare Usa e un edificio governativo: sulle strade principali della città, sono stati rapidamente istituiti posti di blocco. Lo hanno denunciato testimoni oculari, secondo cui all'offensiva hanno preso parte circa quattrocento miliziani integralisti. Nessuna conferma dal comando militare americano.

Secondo le prime informazioni i ribelli sono uomini di Abu Musab al-Zarqawi, il super-terrorista di origini giordane che rappresenta il luogotenente di Osama bin Laden in Iraq: i ribelli, sempre stando a quanto riferito dai testimoni, hanno infatti preso a distribuire volantini e ad affiggere manifesti ai muri, con sopra scritto che il controllo di Ramadi è stato assunto dalla cosiddetta Organizzazione di 'al-Qaeda' per la Jihad nella Terra dei Due Fiumi, denominazione assunta per l'appunto dal gruppo di Zarqawi. Nel testo si legge anche questa frase: "I seguaci (di Al Qaeda) daranno fuoco agli americani e li cacceranno indietro alle loro case con la forza. L'Iraq sarà un cimitero per gli americani e i loro alleati".




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1 dicembre 2005



Il presidente Usa, parlando all'Accademia Navale
ha delineato "la strategia per la vittoria in Iraq"
Bush: "Non scapperemo dall'Iraq
fino a quando sarò io al comando"

"Il nemico deve essere sconfitto su tutti i fronti di battaglia
e Bagdad è il fronte centrale della lotta contro il terrorismo"


<B>Bush: "Non scapperemo dall'Iraq<br>fino a quando sarò io al comando"</B>
Bush durante il discorso
all'Accademia navale

ANNAPOLIS - "Fin quando io sarò il comandante in capo, l'America non scapperà di fronte a degli assassini": il presidente George W. Bush ne ha oggi assunto l'impegno solenne intervenendo all'Accademia navale di Annapolis durante il discorso con il quale ha voluto delineare la "Strategia per la vittoria in Iraq". "Non mi accontenterò di nulla che non sia una vittoria completa", ha ribadito Bush, sottolineando che gli Stati Uniti "rimarranno in Iraq per tutto il tempo necessario".

Per Bush, il nemico deve essere sconfitto su tutti i fronti di battaglia e l'Iraq è fronte centrale della lotta contro il terrorismo. "Una strategia per la vittoria chiara comincia dal capire chi è il nemico, chi sono i nemici della democrazia", fra cui molti sunniti "crescentemente isolati", alcuni saddamisti che "non hanno il supporto popolare" e terroristi, "il gruppo più piccolo e più pericoloso", che hanno "la stessa ideologia di quelli dell'11 Settembre 2001", ma che "non fanno il peso contro il desiderio di vivere in libertà".

Sulla questione del ritiro delle truppe, Bush ha ribadito che non intende stabilire alcun calendario rigido. "Penso che chi lo propone sbagli, anche se è sinceramente convinto che sia necessario", ha detto. Bush ha ripetuto che le decisioni sui livelli di truppe saranno prese "sulla base delle indicazioni dei comandanti sul terreno e non di artificiosi calendari stabiliti dai politici a Washington".

Per Bush, un calendario di ritiro incoraggerebbe gli insorti, legittimerebbe gli attentati dei terroristi e manderebbe il messaggio che "l'America è debole". I nostri nemici, ha detto il presidente, ne ricaverebbero la convinzione che se resistono fino al momento che ce ne andremo, saranno poi padroni del campo.

"Sarebbe un invito a nuovi attacchi", ha aggiunto Bush ribadendo che "l'America non abbandonerà l'Iraq" e "completerà la propria missione" gettando, in Iraq, le basi per pace e libertà delle generazioni future. Bush ha poi elogiato il senatore democratico Joe Liebermann, che condivide la sua visione della guerra in Iraq, mostrando che uno degli obiettivi del discorso è di giocare sulle divisioni dell'opposizione democratica sul conflitto iracheno.

Ci vorrà tempo e pazienza per addestrare forze di sicurezza irachene sufficienti a garantire la stabilità del loro Paese. Il presidente ha definito l'addestramento degli iracheni "un compito enorme" e ha riconosciuto alcuni errori fatti in passato e corretti. Di fronte ai cadetti dell'Accademia della marina Bush, che intende dedicare altri discorsi nei prossimi giorni alla guerra in Iraq, in vista delle elezioni politiche del 15 dicembre, ha affermato che lo sforzo varrà "il tempo e la pena".

Bush, che cerca di ravvivare il sostegno al conflitto, ha detto che i militari americani si meritano "un impegno senza esitazione" al completamento della missione in Iraq e "una strategia per la vittoria chiara".

Il presidente ha anche invitato gli americani a leggere il documento "La nostra strategia nazionale per la vittoria in Iraq" diffuso dalla Casa Bianca e pubblicato anche su Internet: 27 pagine più otto "pilastri" allegati, in tutto 35 pagine.




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1 dicembre 2005



I prodotti alimentari positivi all’ITX (Fonte Altroconsumo)




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1 dicembre 2005



Alain Chouet, ex numero 2 dei servizi segreti transalpini
racconta il ruolo di Parigi nell'affare del falso traffico di uranio
Nigergate, lo 007 francese
che smonta la tesi del Sismi
dai nostri inviati CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO "Repubblica"


<B>Nigergate, lo 007 francese<br>che smonta la tesi del Sismi</B>
Fusti di uranio yellowcake

PARIGI - La Direction Générale de la Sécurité extérieure (Dgse) è il controspionaggio francese all'estero. Alain Chouet ne è stato il numero 2. Oggi si gode in campagna la pensione, ma - fino all'estate del 2002 - è stato l'uomo che si è occupato del "Nigergate" per conto di Parigi. Dice: "So cosa è accaduto. Quando è accaduto. Come è accaduto. Ho guidato l'intelligence francese in questa storia. Ho preso le decisioni. Ho comunicato e scambiato con gli americani le informazioni riguardanti questo caso. All'epoca dei fatti dirigevo il Service de rensignement de sécurité, il Dipartimento Sicurezza e Intelligence, che ha competenza su antiterrorismo, controspionaggio all'estero, contro-proliferazione delle armi di distruzione di massa".

Il racconto di Alain Chouet corregge in quattro punti essenziali la ricostruzione dell'affare offerta al Parlamento dal governo e dal Sismi.

1) Rocco Martino, il vendifumo che dissemina i falsi documenti, non lavorava per la Dgse come ripetutamente (anche a Repubblica) ha riferito il direttore del Sismi, Nicolò Pollari.

2) La Cia è in possesso di almeno una parte dei documenti falsi (distribuiti da Rocco Martino) non dall'ottobre del 2002, quando vengono consegnati all'ambasciata americana di Roma da Panorama, ma da quattro mesi prima, in estate.

3) Contrariamente a quanto Pollari e Letta (autorità politica dell'intelligence) hanno riferito, non sono i francesi a trasmettere i documenti falsi a Washington, ma, al contrario, sono gli americani che trasmettono quei documenti ai francesi e chiedono di verificarne l'attendibilità: i francesi verificano e, sin dal luglio 2002, ne denunciano l'infondatezza.

4) Rocco Martino, pedinato e fotografato dal Sismi, entra in contatto con i francesi solo nell'estate del 2002. Il racconto di Alain Chouet rivela dunque la grossolana cosmesi della realtà, diciamo così, del nostro governo. È ora di dargli la parola.
"I miei rapporti personali con gli italiani sono sempre stati ottimi. Per questo sono ancora più stupito. Continuo a chiedermi perché il Sismi sostiene che dietro questa storia ci siamo noi. Vi racconto come sono andate le cose. Mi atterrò soltanto a fatti che conosco personalmente".

Alain Chouet tiene a mettere innanzitutto in ordine date e protagonisti. Correzione sostanziale: il prologo del "Nigergate" va in scena nell'estate del 2001, prima dell'11 settembre, per mano della Cia. "All'inizio dell'estate del 2001, la Cia ci gira un'informazione tanto generica quanto allarmante. "L'Iraq - avverte Langley - starebbe tentando di acquisire uranio da un Paese africano".

Gli americani aggiungono che a insospettirli è stato un viaggio, di almeno due anni prima, dell'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede nei paesi centro-africani. Gli americani, come prassi, non rivelano quale sia la fonte delle loro informazioni. Washington non parla di Niger, ma genericamente di Africa. Gli Stati Uniti sanno che non si muove foglia nelle ex colonie africane francofone a nostra insaputa. Soprattutto nel campo della controproliferazione. Per noi, del resto, quell'informazione, per quanto generica, non è un'informazione come le altre.

Dalla Guerra del Golfo (1991) in poi, la Francia non può permettersi che qualcuno la accusi di sottovalutare i programmi di riarmo di Saddam Hussein. Quindi, quando gli americani si muovono nell'estate 2001, mi rimbocco subito le maniche. Incarico i miei uomini di mettersi al lavoro in Africa. In Niger, ovviamente, ma anche in Namibia (capirete presto il perché). Gli esiti sono del tutto negativi. Alla fine di agosto 2001, l'allerta si spegne. Dopo l'attacco alle Torri, tra il settembre 2001 e la primavera dell'anno successivo, quell'informazione sull'uranio nigerino torna a essere un indistinto e irrilevante rumore di fondo. Poi accade qualcosa...".

Per il Sismi accade questo. Il 21 settembre 2001, l'ammiraglio Gianfranco Battelli (predecessore di Pollari) invia un cable a Langley con notizie di una trasferta "avvenuta nel '99 di personale iracheno in Niger durante la quale erano state fatte anche domande sulla produzione di uranio impoverito nelle due miniere del Paese e sulle modalità di esportazione di quel materiale". Il 15 ottobre di quell'anno si insedia al Sismi Nicolò Pollari. Il 18 ottobre, con una lettera di una pagina e mezza, Pollari spiega alla Cia che "le notizie sul Niger arrivano da una fonte affidabile, anche se non si è grado di valutarne la qualità".

Nel febbraio e nel marzo 2002, a Langley arrivano da "un servizio estero" altri due rapporti che confermano la pista nigerina del riarmo atomico di Saddam. Il Sismi sostiene che si tratta di "informazioni francesi". Chouet sorride. "No, non è andata così. La Cia bussa ancora alla nostra porta, con la storia dell'uranio, soltanto nella tarda primavera 2002. Direi fine aprile, inizio maggio (quindi dopo i rapporti di febbraio e marzo). Questa volta, la richiesta ha un'urgenza non differibile (il 12 febbraio 2002, il vicepresidente Dick Cheney, ricevuto un rapporto della Dia che accredita l'acquisto iracheno di 500 tonnellate annue di uranio nigerino, chiede con decisione alla Cia di sviluppare l'informazione).

Rispetto all'estate dell'anno precedente, gli americani sono più precisi. Indicano un Paese, il Niger. Offrono una serie di dettagli. Ci consegnano, di fatto, tutte le informazioni che solo dopo scopriremo - sottolineo, dopo scopriremo - essere contenute nel dossier di Rocco Martino e di cui, in quel momento, non abbiamo ancora mai sentito parlare. Come prassi, Langley tace la fonte. Non spende né il nome di Martino, né quello del Sismi. Ci chiede soltanto di verificare quel materiale.

La pressione di Langley è robusta. La Cia chiede di avere subito una risposta sulla fondatezza di quelle informazioni. All'indomani dell'11 settembre, i rapporti tra Dgse e Cia sono eccellenti (buoni rapporti sempre messi in dubbio dall'Italia) e dunque dispongo una missione "deep undercover", sotto profonda copertura. Tra la fine di maggio e giugno 2002, i "miei" sono a Niamey, la capitale del Niger. La missione - come prevedono le direttive operative della Dgse - viene taciuta al nostro ministero degli Esteri come all'intera rete diplomatica".

In Niger gli uomini della Dgse trovano zero, nulla di diverso da quello che ha già rintracciato l'ex ambasciatore Joseph Wilson, inviato in febbraio dalla Cia a Niamey.

"Della squadra fanno parte cinque tra i nostri migliori agenti. Con una profonda conoscenza del Niger e di tutte le questioni legate allo yellowcake. I miei "ragazzi" restano in Africa per un paio di settimane e, al ritorno, mi dicono una cosa semplice: "Le informazioni americane sull'uranio sono tutte stronzate".

"Quando leggo la loro relazione, non dubito del loro lavoro, né, se permettete, della mia testa. Conosco bene il Niger, ma posso dire di aver conosciuto ancora meglio Bagdad e Saddam. E so che, se Saddam avesse voluto acquistare in Niger yellowcake di cui per altro già disponeva in grandi quantità, non avrebbe mai incaricato un ambasciatore di intavolare trattative. Il raìs non si fidava di nessuno al suo ministero degli Esteri. Figuriamoci dei suoi ambasciatori in giro per il mondo... Per una cosa del genere avrebbe mandato uno dei suoi figli. Peraltro, noi sapevamo il motivo del viaggio dell'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, Wissam Al Zahawie. Doveva individuare un Paese africano disposto, in cambio di danaro, ad accettare lo stoccaggio dei rifiuti tossico-nocivi del regime. Infatti, la Namibia, fino ad allora utilizzata come discarica dall'Iraq, aveva comunicato a Bagdad di non essere più intenzionata a impestare il proprio territorio. Riferisco alla Cia gli esiti della nostra missione in Niger. Gli americani mi appaiono molto delusi per quel che sono costretti ad ascoltare. Capisco già allora le ragioni della loro frustrazione e ancora meglio le comprendo quando la Cia, non contenta del risultato, ci fa avere, a fine giugno 2002, una parte dei documenti del dossier nigerino, quasi a voler dimostrare le ragioni della loro insistenza".

Siamo in un punto cruciale. Fine giugno 2002. Da Langley mandano una parte dei documenti nigerini a Parigi. Di quali documenti si tratta? Secondo la ricostruzione italiana e americana quei documenti non sono ancora in possesso della Cia, né sono mai stati in possesso del Sismi.

"Se la cosa vi sorprende non so che farci. Io vi dico che ho ricevuto un "assaggio" di quei documenti nell'estate 2002 da Langley. Spedirono il plico a Parigi attraverso i consueti canali di intelligence. Ricordo bene che non erano più di una decina di fogli. C'era una breve introduzione con cui la Cia illustrava il significato di quei documenti, e poi direi non più di tre documenti completi. Ci bastò un rapido esame di quelle carte per concludere che erano robaccia. Falsi grossolani".

"Il documento che più mi colpì faceva riferimento all'ambasciatore iracheno presso la Santa Sede. Guardando quella carta, ripensai alla strana e generica richiesta dell'estate 2001. Al punto che mi dissi: "Guarda un po' gli americani... Hanno questa roba da un anno e lo dicono solo adesso, dopo che siamo già andati due volte in Niger". Comunque né allora, né dopo, gli americani ci riferiscono da chi hanno ricevuto quella roba. Lo scopriamo però da soli. Siamo francesi, ma non del tutto scemi. Innanzitutto, quei documenti, per quel che si poteva leggere, giravano intorno all'ambasciata nigerina a Roma. E non ci sfugge dov'è Roma. Inoltre, in quegli stessi giorni in cui la Cia ci trasmette parte dei documenti, appare questo signore, un vostro connazionale. Rocco Martino".

Secondo il Sismi, Rocco Martino è un agente della Dgse almeno dal 2000. Ufficio in Lussemburgo con una società di copertura, la Security Development Organization, Intelligence Office al 3 di Rue Hoel, Sandweiler. Rocco Martino, per il nostro Servizio, lavora dunque per Chouet. Alla Dgse, come ha ripetuto Gianni Letta al Parlamento, Rocco Martino consegna i falsi documenti nigerini addirittura prima dell'11 settembre. Il Sismi per confermare la circostanza ha diffuso alla stampa due foto di Rocco Martino a colloquio, "a Bruxelles", con un agente francese di cui fa il nome, Jacques Nadal.

"Questa storia che Rocco Martino lavorava per noi è semplicemente un falso. Rocco Martino bussa per la prima volta alla nostra porta alla fine di giugno del 2002. Dice di avere documenti importanti su un traffico di uranio dal Niger all'Iraq e chiede per il materiale 100 mila dollari. Ora, io sono abbastanza abituato ai "suk" arabi per non abboccare a una richiesta di questo genere. E dico ai miei di dirgli che prima vediamo il materiale, e poi, se la cosa ci interessa, discutiamo del prezzo. Le cose vanno così. Martino si fa vivo alla nostra ambasciata in Lussemburgo e chiede di parlare con qualcuno dei nostri. Chiedo a Jacques Nadal, della "stazione" di Bruxelles, di incontrare quell'italiano in Lussemburgo. Nadal lo vede alla fine di giugno 2002".

A quell'incontro si riferiscono le foto diffuse dal Sismi. Chouet le guarda (la più nitida è pubblicata in queste pagine). Ride di cuore. "Rido perché queste foto dimostrano il contrario di quanto dice il Sismi. Mi spiego. Questa foto dimostra: che il Sismi seguiva Rocco Martino nell'estate del 2002 e dunque, già da allora, sapeva chi era e cosa faceva o stava tentando di fare; che il contatto di Rocco Martino è Jacques Nadal. Bene. Sapete quando Jacques Nadal è stato assegnato alla stazione di Bruxelles? Dal sottoscritto, nell'aprile-maggio 2002. Dunque, se si sostiene che Nadal è il "contatto francese" di Rocco, il che è vero come dimostra la foto, il contatto risale all'estate 2002. Non prima (né naturalmente dopo, nel 2003, quando tutto il mondo sa che quei documenti sono falsi e dunque l'incontro non avrebbe alcun senso). La foto, insomma, dimostra esattamente il contrario di quel che le si vuole far dire. Cioè che dietro Rocco ci sono i francesi.

"Ultima osservazione. Guardate come sono vestiti Rocco e Nadal. In Lussemburgo non si va in giro vestiti in quel modo altro che in piena estate. È una conferma di quel che dico. Si può obiettare: "Magari è l'estate prima". Ma, come ho detto, l'estate prima, Nadal non è ancora a Bruxelles. Dunque, Rocco ci cerca. Lo incontriamo due volte. Nella prima, ci fa vedere le carte. Nadal le raccoglie, le trasmette a Parigi. A Parigi le confrontiamo con quelle, già da noi giudicate false, che ci hanno trasmesso poche settimane prima gli americani. Sono identiche. Concludiamo che Rocco è la fonte delle "stronzate" rifilate agli americani. Le stesse sciocchezze che girano ormai dall'estate 2001. Concludiamo che è Rocco la fonte che sta cercando, in quei giorni, di rifilare quegli stessi documenti anche ai tedeschi del Bundesnachrichtendienst (Bnd, servizio federale d'informazione)".

"I tedeschi ci chiedono un consiglio e noi li avvertiamo che è immondizia. La seconda volta, incontriamo l'italiano verso fine luglio 2002. Gli diciamo che la sua è robaccia falsa. Nel frattempo, controlliamo chi è Rocco Martino e scopriamo che è un ex agente dell'intelligence italiana".

Il Sismi accusa l'intelligence francese di aver taciuto agli americani l'infondatezza del dossier nigerino. Anzi, segnala il Sismi, il direttore della controproliferazione del ministero degli Esteri francese, il 22 novembre 2002, nel corso di una riunione con funzionari del Dipartimento di Stato, riferisce che la Francia è in possesso di informazioni secondo le quali l'Iraq ha tentato di procurarsi uranio in Niger. L'informazione, afferma il diplomatico francese, è stata verificata e ritenuta attendibile.

Citando la relazione del Comitato di controllo sull'intelligence del Senato Usa, il Sismi sostiene che "soltanto il 4 marzo 2003, la Francia avverte Washington che le sue informazioni sull'uranio si basano sulle stesse informazioni in possesso di Parigi".
"Ripeto per l'ennesima volta. Primo: il nostro ministero degli Esteri non sa cosa fa la Dgse. È la regola. È una prassi che non vale solo per i servizi francesi. Secondo: abbiamo avvertito la Cia nell'estate 2002. Terzo: fate attenzione alle parole del rapporto Usa. Non dice che la Francia informa gli americani il 4 marzo 2003. Il rapporto dice: "Il 4 marzo 2003 il governo americano ha appreso che i francesi hanno basato le loro analisi iniziali sull'uranio nigerino sugli stessi documenti in possesso di Washington". "Il governo apprende che i Francesi...". Qualcuno ha trattenuto quell'informazione. A Washington, forse. Di certo, non a Parigi. E poi, sarei più cauto a dire che il nostro ministero degli Esteri ha sostenuto che la Francia aveva prove di un tentativo di traffico di uranio. Vi racconto una cosa. Nei miei due anni di comando alla Dgse mi è capitato di incontrare George Tenet, l'allora direttore della Cia. Ho partecipato a riunioni tra Parigi e Washington. Bene, se io dicevo che una determinata cosa era "possibile", quella parola, nella bocca di Tenet diventava "probabile"".

Conclusione con domanda. Secondo il racconto di Alain Chouet, i francesi non hanno nulla a che fare con Rocco Martino (il Sismi ha certamente a che fare con Rocco Martino). Nessuna mossa di Rocco Martino sfugge al Sismi quando, nell'estate del 2002, il vendifumo incontra per la prima volta l'agente francese (non è vero, dunque, che il Sismi sappia chi è Rocco Martino soltanto nell'estate del 2003).
Sono i francesi, a cui la Cia chiede lumi per verificare notizie avute dagli italiani, a smentirle (e non sono dunque gli italiani a smentire alla Cia le notizie in possesso dei francesi). Più precisamente. Sono i francesi ad avvertire gli americani del falso già nell'estate del 2002 (mentre il Sismi non avverte mai del falso né la Cia, né il Consiglio di Sicurezza Nazionale).

La Cia è in possesso di almeno parte dei documenti di Rocco Martino messi insieme da una fonte del Sismi (la "Signora" nell'ambasciata nigerina di Roma), controllata da un colonnello del Sismi (Antonio Nucera), già nel luglio del 2002. E non, come riferisce il Sismi, soltanto nell'ottobre 2002.

La testimonianza di Alain Chouet scombussola la versione posticcia offerta dal governo all'inconcludente e sottomesso Comitato di controllo parlamentare e al pubblico ministero di Roma. Parlamento e magistratura saranno in grado di prendere atto che, in questa storia del Nigergate, sono state dette troppe menzogne?




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