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  Datti [ ]
         

 
 

Ciao a tutti mi chiamo Salvatore Fizzarotti ,sono di Roma.

La mia professione: Photoreporter,il classico photoreporter,quello che denuncia i fatti reali senza porsi problemi e scrupoli di sorta………Credo in quello che faccio e cerco di raccontarlo con le mie immagini………Quello che cerco è l’emozione delle persone che vedono le mie foto,senza cercare notorietà e glorie,non sono molto bravo nel descrivermi,quindi lascio la parola ad alcune persone che con due parole hanno colpito in pieno il soggetto………Grazie a tutti.

 

Un mio collega scrive:

Chi si affaccia ad un mondo completamente diverso da quello in cui vive, rischia di cogliere solo il lato "curioso", folkloristico, a volte persino bizzarro di una società: le foto di Salvatore mostrano invece una attenzione intelligente ed una rara sensibilità.Le persone, i volti, le ambientazioni sono colte con una sobrietà ed un rigore così intensamente rispettosi da far pensare ad un lavoro svolto nell'ombra, in silenzio, quasi a non volersi intromettere e disturbare una cultura così affascinante nella sua diversità al punto da aver turbato le coscienze e lo spirito di milioni di viaggiatori.

E proprio di questo si tratta: la professionalità di Salvatore si esprime nel cogliere le sensazioni, le situazioni che solo un "viaggiatore", non certo un "turista", può cogliere in una frazione di secondo.”

 

Un anonimo scrive:

La fotografia come mezzo espressivo. Anche sulla rete. Un blog come una finestra da cui affacciarsi su un mondo diverso da quello in cui si vive. "Datti", il diario online di Salvatore Fizzarotti offre una prospettiva diversa per analizzare i temi legati alla grande attualità.

 

  



  PeaceReporter - la rete della pace. Quotidiano online e agenzia di servizi editoriali. Storie, dossier, interviste, reportage, schede conflitto, schede paese e buone notizie da tutto il mondo
 
  6/10/2005

 War News - Notizie dai conflitti nel mondo

   
  

  Basta! Parlamento pulito
 
 
  Invia anche tu la lettera al Presidente Ciampi!

 Reporters Sans Frontières
 
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30 novembre 2005



Wojtyla: c'e' miracolo importante
[foto] Guarigione da cancro di suora senza spiegazioni scientifiche (ANSA) - ROMA, 30 NOV - La guarigione dal cancro di una suora, in Francia lo scorso ottobre, sarebbe il miracolo che portera' Giovanni Paolo II alla beatificazione. Lo afferma la agenzia cattolica francese I-Media, sviluppando l'indiscrezione rilasciata ieri dal segretario personale del Papa defunto, mons. Stanislao Dziwisz. La suora sarebbe guarita dopo che le consorelle al suo capezzale hanno invocato l'intercessione di papa Wojtyla.




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24 novembre 2005

NON CI FACCIAMO MAI RICONOSCERE

Aperto il VI summit mondiale organizzato da Campidoglio
Tra gli invitati del sindaco Veltroni, Gorbaciov e Bob Geldof
I Nobel per la pace ospiti di Roma
"Italia e Ue troppo avare con l'Africa"

La rockstar: "Una mucca in Europa ha 2,5 dollari al giorno in sussidi
mentre in Africa ogni essere umano ne guadagna solo uno"
di VALERIO GUALERZI



Veltroni e Gorbaciov consegnano il premio "Man for peace" a Bob Geldof

ROMA - L'Africa è senza pace, ma non c'è pace senza l'Africa. Il sesto summit mondiale dei premi Nobel per la pace apertosi oggi a Roma ha voluto concentrare la sua attenzione sull'emergenza Africa per passare "dall'attenzione all'azione" in un continente dove, ha ricordato il sindaco di Roma Walter Veltroni, "l'Aids è al picco più alto dal 1981 con cinque milioni di nuovi casi, 120 milioni di minori non sanno cosa sia un'aula scolastica e sei milioni di bambini muoiono ogni anno per fame".

"Sono molti i passi da fare - ha ammesso aprendo i lavori Veltroni - Il cammino è lungo. Gli ostacoli sono molti ma di una cosa possiamo essere certi: non c'è causa più nobile per la quale battersi, non c'è obiettivo più grande per il quale spendere le nostre energie, la nostra vita". Nella prima seduta di lavori, in attesa di trovare un accordo su come passare "dall'attenzione all'azione", il summit ha voluto innanzitutto alzare forte il suo grido di denuncia.

Così sul banco degli imputati sono finiti in primo luogo l'Italia, fanalino di coda tra i paesi donatori con la destinazione in aiuti di appena lo 0,12% del Pil, e poi l'Europa in generale che, per usare le amare parole di Bob Geldof, premiato dal vertice con il Man for peace award 2005 "paga due dollari e mezzo di sussidi al giorno per ogni sua mucca mentre in Africa la popolazione media vive con appena un dollaro al giorno".

La politica europea a favore dell'agricoltura, ha tuonato ancora il musicista irlandese promotore del megaconcerto benefico del "Live8", è qualcosa di cui vergognarsi: "Vi rendete conto che con questa storia dei sussidi alle mucche non si aiutano i piccoli contadini ma l'agrobusiness e i grandi possidenti come i membri della casa reale? Non sono 50 dollari a spostare il reddito di un piccolo agricoltore, ma il discorso è diverso per chi possiede migliaia di capi di bestiame".

Sul fatto che l'Ue abbia delle enormi responsabilità e che dovrebbe voltare pagina il prima possibile, sia approvando un diverso bilancio comunitario sia cambiando approccio agli imminenti negoziati del Wto di Hong Kong, gli ospiti del sindaco Veltroni sono stati tutti d'accordo. Più difficile invece, trovare una posizione su come passare all'azione tra l'ex segretario del Pcus Mikhail Gorbaciov e l'attivista guatemalteca Rigoberta Menchu, tra l'ex leader di Solidarnosc Lech Walesa e il militante della resistenza argentina Adolfo Perez Esquivel.

Se Gorbaciov ha spiegato di aver iniziato a pensare "a una sorta di Trattato globale sociale che indichi i limiti che non dovranno essere superati da ciascun Paese", qualcosa che assomigli a un'intesa "sul funzionamento del mondo partendo da ciò che abbiamo già: organizzazioni a livello nazionale, regionale e internazionale", che vanno però modificate radicalmente, il suo vecchio avversario Walesa ha puntato invece sul tema dell'estensione della democrazia, una risorsa in grado di permettere ai paesi poveri di "ricevere le lenze per pescare, piuttosto che i pesci".

Se Geldof nel bacchettare l'Italia e i suoi politici "mister Tremonti, Gianni Letta e Berlusconi" per la loro avarizia ha insistito sul problema della cancellazione del debito e sulla necessità di convogliare risorse finanziarie verso l'Africa, Perez Esquivel a nome dell'America Latina ha rivendicato il diritto alla dignità. "Non abbiamo bisogno di elemosina, bisogna farla finita con l'ipocrisia - ha sentenziato il premio Nobel argentino - il problema è il terrorismo economico che saccheggia e violenta i nostri paesi, provocando nel mondo 35 mila morti al giorno per fame, altro che terrorismo islamico".

Benvengano quindi le discussioni e i confronti di opinioni, ma come ha osservato ancora Veltroni, "l'Africa non può più attendere, bisognerà affrontare il tema della disuguaglianza, altrimenti rischierà di esplodere come una bomba atomica nel tranquillo mondo occidentale".




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23 novembre 2005



Inchiesta della "France Presse": due o tre stranieri al giorno
si sottopongono a un intervento. Sono quasi sempre uomini
Cambiare sesso per 5000 dollari
in Thailandia è boom di richieste

Alta qualità, prezzi stracciati e ricovero di due settimane in ospedale
ma prima una selezione psicologica sulle motivazioni del paziente



Visita a un paziente nell'ospedale Yanhee di Bangkok

BANGKOK - Da paradiso del sesso a paradiso per chi vuole cambiare sesso: la Thailandia scopre un nuovo tipo di turismo. Stranieri, molti americani, soprattutto uomini e spesso sposati sono i pazienti che ogni anno decidono di intraprendere questo viaggio della speranza in cui per prezzi modici (5.000 dollari compreso il ricovero) possono realizzare il loro sogno, cambiare quello che la natura ha deciso per loro. E' quanto emerge da un reportage della France Presse a Bangkok: gli interventi di questo tipo sono due o tre al giorno.

"Rendo felici i miei pazienti. E' il mio mestiere", dice al cronista dell'agenzia francese Greechart Pornsinsirirak, chirurgo estetico all'ospedale Yanhee nella capitale thailandese. All'ingresso dell'ospedale, prosegue l'inchiesta, un cartello in sei lingue (tra le quali l'arabo e il cinese) accoglie i pazienti venuti in realtà non soltanto per operazioni così drastiche, ma anche per più seplici interventi estetici al seno o al naso. Ma Greechart sottolinea che il numero di candidati a un cambio di sesso è in forte aumento.

Chi sono? "Quando si tratta di turiSti - spiega il chirurgo - il 95% di loro sono maschi che vogliono diventare femmine e spesso sono sposati e di mezza età. Mi dicono: 'Mi aiuti, non posso più nascondeRmi'".

E quasi sempre escono soddisfatti come testimonia una grande bacheca nello studio del medico con i biglietti di ringraziamento. Un americano di 31 anni, per esempio, che ha subito un intervento per nascondere il suo pomo di Adamo scrive: "L'aspetto è superbo, meglio di quanto immaginassi. Avrei dovuto farlo anni fa". Un giapponese di 21 anni che ha subito un intervento al pene e uno al seno esprime tutta la sua gratitudine: "Grazie per aver esaudito il mio sogno".

Perché la Thailandia sia diventata la meta privilegiata della chirurgia plastica, continua l'inchiesta, è presto detto: innanzitutto per una fama riconosciuta della qualità dei servizi offerti e poi per i prezzi relativamente bassi del tariffario, praticamente un decimo di quelli praticati negli Stati Uniti.

"Qui - spiega ancora il dottor Greechart - un'operazione di cambio di sesso da uomo a donna che dura dalle quattro alle otto ore, costa 5.000 dollari comprese duE settimane di ricovero".

Ma ci sono delle regole per sottoporsi all'intervento e una prassi da seguire. Il paziente deve assumere ormoni femminili per due anni e sottoporsi a una valutazione psichiatrica. E soprattutto, deve dimostrare di avere avuto la sensazione di sentirsi intrappolato in un corpo sbalgiato fin dall'infanzia e aver vissuto almeno un anno come una donna, aggiunge un altro famoso chirurgo, Prayuth Chokrungvaranont, docente all'Università di Chulalongkorn.

Il medico, che ha realizzato 300 operazioni di cambio di sesso e altre 600 di chirurgia plastica, sottolinea questo aspetto psicologico fondamentale: il paziente deve essere così convinto di voler essere una donna che l'operazione deve diventare "soltanto l'ultimo ostacolo" del suo percorso esistenziale.

Le frasi che il chirurgo si sente ripetere più spesso dai pazienti, racconta, sono: "Voglio essere una donna completa", "Mi liberi del mio pene", "Voglio avere relazioni sessuali complete con il mio partner". Chiedono anche se potranno avere un orgasmo dopo l'operazione e lui risponde: "Sì, ma solo se avete un buon feeling reciproco".

Dieci anni fa, conclude, "in Thailandia le operazioni di cambio di sesso per gli stranieri erano meno di cento all'anno. Oggi sono due o tre al giorno".




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23 novembre 2005



Presentata la relazione 2005 sullo stato di insicurezza alimentare
Il direttore: "I paesi ricchi non mettono in pratica gli intenti"
Rapporto Fao sulla fame nel mondo
"Ogni anno uccide 6 milioni di bimbi"

Solo Sud America e Caraibi raggiungeranno gli obiettivi entro il 2015
Il dramma africano: 11 milioni di piccoli non raggiungono i cinque anni


                                              

ROMA - L'annuale rapporto sullo "Stato di insicurezza alimentare nel mondo" della Fao è una volta di più un pugno in faccia all'indifferenza dei paesi ricchi. Che non rispettano gli impegni presi e sono lontani dal realizzare gli obiettivi del millennio. Ogni anno circa sei milioni di bambini muoiono per fame e denutrizione, praticamente l'intera popolazione prescolare di un paese grande come il Giappone. L'organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura dell'Onu fotografa una situazione tragica, in cui le cause di mortalità infantile restano malattie curabili come la dissenteria, la polmonite e la malaria. Oggi nel mondo sono 852 i milioni di persone che soffrono di fame, di cui 815 nei paesi sottosviluppati, 28 in quelli in transizione e 9 nei Paesi industrializzati.

Se fame e malnutrizione sono le cause della povertà, dell'analfabetismo e degli alti tassi di mortalità, il rapporto dell'agenzia Onu si sofferma sulla necessità di mettere in pratica le politiche di aiuto utili per combattere la fame nel mondo, obiettivo del World Food Summit (Wfs) del 1996 e uno degli obiettivi del millennio (Mdg), da realizzare nel 2015.

"I progressi per dimezzare il numero di persone che soffrono di fame nei Paesi in via di sviluppo - scrive nelle conclusioni del rapporto il direttore della Fao, Jacques Diouf, appena rieletto alla guida dell'agenzia - sono molto lenti e la comunità internazionale è ancora lontana dal raggiungere gli obiettivi e gli impegni assunti al Wfs e Mdg".

"Se ognuna delle regioni in via di sviluppo continuerà di questo passo - aggiunge l'ex ambasciatore senegalese all'Onu - solo il Sudamerica e i Caraibi raggiungeranno gli obiettivi del millennio. La maggior parte, se non tutti, gli obiettivi del Wfs e del Mdg possono essere raggiunti, ma solo se gli sforzi saranno raddoppiati e ripensati". I Paesi industrializzati sono sotto accusa. Diouf chiede tariffe più basse ma soprattutto "meno sussidi ai produttori nordamericani e europei" e "più aiuti ai Paesi più poveri" che sono "le chiavi per permettere al Sud del mondo di raggiungere un livello di sviluppo soddisfacente".

Il 75% delle persone che soffrono la fame vivono in zone rurali nei Paesi più poveri, soprattutto in Africa. Qui vive la maggior parte dei circa 11 milioni di bambini che non superano i cinque anni, delle 530mila donne che muoiono durante la gravidanza ed il parto e dei 300 milioni di persone che muoiono di malaria.

Quasi tutti "vivono nelle zone rurali", ha
sottolineato Diouf, ma ciò nonostante, "negli ultimi 20 anni le risorse all'agricoltura sono diminuite del 50% - ha proseguito il direttore della Fao - anche se, qualche segnale di inversione si intravede, come dimostra la decisione dell'Unione Africana di aumentare la percentuale di budget nazionali destinata allo sviluppo rurale e al settore agricolo del 10% in cinque anni".

"La riduzione della fame", ha scritto Diouf, "dovrebbe diventare la forza trainante e il motore del progresso e della speranza, perché una migliore alimentazione è alla base di migliori condizioni di salute, fa aumentare la frequenza scolastica, riduce la mortalità infantile e materna, dà la possibilità alle donne di avere maggiori strumenti, abbassa l'incidenza e i tassi di mortalità da HIV-AIDS, da malaria e da tubercolosi".

La Fao propone una strategia su due fronti. Da un lato, investimenti a livello nazionale e internazionale per rafforzare la produttività e i redditi, tra cui la costruzione di infrastrutture e la promozione della pesca e del settore agricolo; dall'altro, il sostegno alimentare e sociale attraverso reti di sicurezza per i poveri, programmi di alimentazione per le madri e i neonati.

"La fame è un affronto alla dignità umana, tollerarla è una violazione dei diritti umani, combatterla un imperativo morale", ha dichiarato il direttore generale della Fao, che ha sottolineato che il messaggio centrale del rapporto presentato oggi "è che la lotta alla fame è una delle condizioni per raggiungere gli obiettivi del millennio".




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23 novembre 2005



Bush voleva bombardare Al Jazira
[foto] Ma Tony Blair lo fermo', lo rivela il 'Daily Mirror'

LONDRA, 22 NOV- George W. Bush pensava a un attacco aereo chirurgico, rapido e devastante contro la sede della tv Al Jazira,in Qatar, ma Tony Blair lo fermo'. La sconcertante circostanza e' stata rivelata dal 'Daily Mirror' britannico, che cita documenti top secret di Downing Street secondo i quali Bush abbandono' l'idea dopo che il premier Tony Blair lo convinse che una simile iniziativa avrebbe avuto conseguenze devastanti in tutto il mondo. Il colloquio tra i due avvenne il 16 aprile 2004 alla Casa Bianca.




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23 novembre 2005

UNA PICCOLA VITTORIA ?????????

Mine antipersona: si usano meno
[foto] Ma Russia, Myanmar, Nepal le collocano ancora (ANSA) - NEW YORK, 22 NOV - L'uso delle mine antipersona nel mondo e' diminuito nel 2005, sebbene Russia, Myanmar (ex Birmania) e Nepal continuino a collocarle. Lo rivela il rapporto della Campagna internazionale per il divieto di questo tipo di ordigni. Egitto e Iraq sono stati tolti dalla lista dei paesi produttori, che ne comprende ancora 13 (mentre erano 50 all'inizio degli anni '90). La Convenzione di Ottawa del '97 vieta l'uso, lo stoccaggio e il trasporto di queste mine: e' stata firmata da 147 Paesi.




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23 novembre 2005



Iraq: l'esercito degli Stati Uniti ha usato fosforo bianco a Fallujah nel 2004

Fonte: Rainews24

 

L'esercito degli Stati Uniti ha usato il fosforo bianco durante l'attacco a Fallujah del novembre del 2004. L'agente chimico, contrariamente a quanto affermato dal Dipartimento di Stato in una nota del 9 dicembre 2004, non e' stato usato, secondo gli usi consentiti, per illuminare le postazioni nemiche, ma e' stato usato indiscriminatamente sui quartieri della citta'. E' quanto emerge da un'inchiesta di Rainews 24, realizzata da Sigfrido Ranucci, in onda domani alle 7,35, nella quale, con testimonianze di ex militari americani, vengono mostrati anche documenti filmati del bombardamento al fosforo, e quelli altamente drammatici che ne riprendono gli effetti, oltre che sugli insorgenti iracheni , anche su civili, donne e bambini di Fallujah, alcuni dei quali sorpresi nel sonno. Ascoltiamo un brano dell'intervista a un ex militare americano.
"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah. Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie fino alle ossa". E' questa la tremenda testimonianza che un veterano della guerra in Iraq, ha rilasciato a Sigfrido Ranucci, inviato di Rai News 24. "Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini - ha aggiunto l'ex militare statunitense - il fosforo esplode e forma una nuvola. Chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato". L'inchiesta di Rai News 24, "Fallujah. La strage nascosta", presenta oltre le testimonianze di militari statunitensi che hanno combattuto in Iraq, quelle di abitanti di Fallujah. "Una pioggia di fuoco e' scesa sulla citta', la gente colpita da queste sostanze di diverso colore ha cominciato a bruciare, abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti" ha detto Mohamad Tareq al Deraji, biologo di Fallujah.

"Avevo raccolto testimonianze sull'uso del fosforo e del Napalm da alcuni profughi di Fallujah che avrei dovuto incontrare prima di essere rapita" - ha raccontato la giornalista del Manifesto, Giuliana Sgrena, a Rai News 24 - "avrei voluto raccontare tutto questo, ma i miei rapitori non me l'hanno permesso!".

L'inchiesta mostra documenti filmati e fotografici raccolti nella città irachena durante e dopo i bombardamenti del novembre 2004, dai quali risulta che l'esercito americano contrariamente a quanto dichiarato dal Dipartimento di Stato in una nota del 9 dicembre 2004, non ha usato l'agente chimico per illuminare le postazioni nemiche, come sarebbe lecito, ma ha gettato Fosforo Bianco in maniera indiscriminata e massiccia sui quartieri della citta'. Nell'inchiesta, curata da Maurizio Torrealta, vengono trasmessi anche documenti altamente drammatici che riprendono gli effetti dei bombardamenti sugli insorgenti iracheni, ma anche su civili, donne e bambini di Fallujah, alcuni dei quali sorpresi nel sonno. Il filmato mostra anche un documento dove si prova l'uso in Iraq di una versione del Napalm, chiamata con il nome MK77. L'uso di queste sostanze incendiarie su civili è vietato dalle convenzioni dell'Onu del 1980. Mentre l'uso di armi chimiche è vietato da una convenzione che gli Stati Uniti hanno firmato nel 1997.

Si toglie così il velo a una battaglia che nessuno ha potuto vedere.

"Fallujah. La Strage Nascosta" verrà trasmessa da Rai News 24 martedì 8 novembre alle ore 07.35 (sul satellite Hot Bird, sul canale 506 di Sky e su Rai Tre), in replica sul satellite Hot Bird e sul canale 506 di Sky alle 05.05 pomeridiane e nei due giorni successivi.

 

L'Italia sapeva dell'uso di armi al fosforo bianco sulla popolazione civile. Lo sostiene un'interpellanza dei senatori dell'Unione. Per l'Unione, che chiama in causa il ministro della Difesa Martino, "quando i militari italiani arrivarono a Nassiriya i segni dei bombardamenti Usa al fosforo bianco" erano evidenti. Intanto l'Osservatorio Militare invita i politici italiani a chiedere agli Usa tutte le informazioni ritenendo i nostri militari a Nassiriya esposti a gravi rischi.
 
                
  
                

                

                

                

                

                 

                

                

                

                

                

                

                

                       

                         




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16 novembre 2005



La precisazione di un portavoce del Pentagono alla tv inglese Bbc
"Non è un'arma chimica e neppure illegale, serve per stanare il nemico"
Fosforo, mezza ammissione Usa
"Usato a Falluja, ma è convenzionale"

La presa di posizione dopo la denuncia in un servizio di Rainews24


                                           
                              Il marine che ha denunciato l'uso del fosforo bianco a Falluja

LONDRA - Le forze armate Usa hanno effettivamente usato fosforo bianco nella battaglia del novembre 2004 contro i ribelli iracheni di Falluja, ma non si tratta di un'arma chimica, bensì convenzionale, utilizzata non per uccidere direttamente il nemico ma per stanarlo dalle sue postazioni difensive. La parziale ammissione a quanto riferito in un'inchiesta giornalistica di Rainews24 è arrivata oggi da un portavoce del Pentagono interpellato dalla tv britannica Bbc.

"L'abbiamo utilizzato come arma incendiaria contro combattenti nemici", ha dichiarato, rispondendo a una domanda, il tenente colonnello Barry Venable. "Il fosforo bianco è un'arma convenzionale, non è un'arma chimica. Non è illegale", ha poi aggiunto l'ufficiale. "Noi l'utilizziamo in primo luogo come agente oscurante, per cortine fumogene o per illuminare obiettivi", ha detto. "E' comunque un'arma incendiaria, che può essere utilizzata contro combattenti nemici", ha chiarito ancora il portavoce.

Venable ha quindi spiegato alla Bbc la tecnica di impiego del fosforo bianco usata a Falluja. "Quando hai forze nemiche al riparo, la tua artiglieria con cariche potenti non ha effetto e vuoi stanarle dalle loro posizioni, una delle tecniche è sparare fosforo bianco. Gli effetti combinati del fuoco e del fumo, e in alcuni casi il terrore causato dall'esplosione, le faranno uscire dai ripari, in modo che tu possa ucciderle con esplosivi potenti", ha dichiarato.

Sulla denuncia di Rainews24 è intervenuto oggi anche l'ambasciatore statunitense a Londra Robert Tuttle. "Le forze americane non utilizzano napalm nè fosforo bianco come arma", ha sostenuto il diplomatico americano in una lettera pubblicata oggi dal quotidiano britannico The Independent.




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13 novembre 2005



"Il vile danaro"

             "Antica Babilonia" il nome della nostra missione di pace

Quanto vale la vita di un essere umano,quanto ancora dobbiamo piangere e soffrire per le nostre vittime,partiti con l'intento di portare la pace e la democrazia.......Con i valori scolpiti nel cuore,partiti per proteggere una popolazione sottomessa da una dittatura estrema,da una religione strumento di tortura e sofferenza.

Ma tutto questo ha un nome ed un prezzo.........e si misura in barili.Sappiamo tutti che a Nassiria "dove il nostro contingente è di base",si trova una raffineria di petrolio,sulla quale l'E.N.I.,già prima del conflitto aveva messo le mani........Allora la domanda è questa,la vita dei nostri si misura in barili ?????.............
Per un barile quanti uomini devono morire ????..........

                   

          

          

                    

          

          

            

                     

             

         

                   

                  

           

          

          

           

                   

                         
        Credo sia arrivato il momento di riportarli a casa

 




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13 novembre 2005



La cerimonia di commemorazione si è svolta all'Altare della Patria
Martino: "Ora guardate alla speranza che germoglia in Iraq"
A due anni dalla strage di Nassiriya
consegnate da Ciampi le Croci d'oro

Dalla Sala delle Bandiere esclusa la compagna del regista Stefano Rolla
La motivazione ufficiale: "Non erano sposati". Proteste e polemiche



Il presidente Ciampi saluta i parenti delle vittime di Nassirya

ROMA - "Il sacrificio degli italiani a Nassiriya ha permesso all'Iraq di aprirsi alla speranza". Lo ha detto il ministro della Difesa Antonio Martino, nella cerimonia che si è tenuta stamane all'Altare della Patria, a Roma, per commemorare i 19 nostri connazionali uccisi nell'attentato del 12 novembre del 2003. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha consegnato ai parenti delle vittime la Croce d'onore. Ma tra i congiunti è stata esclusa, per l'ennesima volta, Adelina Parrillo, la compagna del regista Stefano Rolla, uno dei due civili italiani morti nella strage di Nassiriya.

Adelina Parrillo chiedeva di entrare nella Sala delle Bandiere per assistere alla cerimonia ma è stata tenuta fuori "non avendone titolo", dal momento che lei e Rolla non erano sposati. La sua protesta si trascina da tempo, ma non ha avuto alcuna risposta: "Guardate come trattano la moglie di uno che chiamano eroe", ha detto stamattina.

"A tutti gli italiani, ma soprattutto ai familiari dei caduti di Nassiriya, chiedo umilmente di guardare alla speranza che va germogliando in Iraq", ha esordito Martino, rivolgendosi ai congiunti delle vittime di Nassiriya riuniti al Vittoriano. "Gli iracheni - ha detto Martino - partecipano in massa alle elezioni, fanno la fila per votare. E votano a rischio della vita. Sono questi cittadini, questi elettori i veri partigiani della vera resistenza irachena. La concreta rinascita degli iracheni e la loro sentita riconoscenza verso di noi conferiscono significato al sacrificio dei caduti".

"Con le onorificenze di oggi - ha proseguito - lo Stato italiano, nella sua più alta espressione, tributa il dovuto riconoscimento alle vittime ed ai superstiti della strage di Nassiriya. Il conferimento della Croce d'onore ai caduti ed ai feriti attesta che l'Italia considera altissimo il valore del sacrificio".

Nel suo intervento anche il ministro degli Esteri Gianfranco Fini ha sottolineato il valore del sacrificio degli italiani a Nassiriya: "Sono vicino alle famiglie delle nostre vittime, in questo anniversario - ha affermato il capo della Farnesina - che rinnova il loro sentimento di tristezza e la loro sofferenza. Ma sono anche orgoglioso. Orgoglioso di ricordare uomini che erano impegnati in una missione di pace in un Paese travagliato, dove lavoravano per riportare sicurezza, stabilità e speranza. Due anni dopo, voglio affermare a gran voce e senza retorica che il loro sacrificio non è stato vano".

"Quella strage - ha scritto il segretario dei Ds Piero Fassino in una lettera di amicizia e solidarietà ai familiari delle vittime, al Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri, al Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate e al Capo di Stato Maggiore della Difesa Ammiraglio di Paola - ci dice quanto odio e quanta efferatezza vi sia in chi ricorre al terrorismo, come ancora ci dimostrano gli agghiaccianti attentati di questi giorni ad Amman. Una sfida a cui dobbiamo reagire con tutte le nostre forze di uomini liberi e democratici".

Oltre che ai parenti dei 19 morti a Nassiriya, la Croce d'onore è stata consegnata da Ciampi anche a coloro che furono feriti in seguito all'attentato, e cioè il maresciallo dei carabinieri Riccardo Saccotelli, il brigadiere Cosimo Visconti e l'appuntato Antonio Altavilla.




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12 novembre 2005

I NOSTRI CADUTI


Mercoledi 12 novembre 2003 alle 10,40 (ora di Bagdad) le 8,40 italiane, la sede dei carabinieri a Nassiria è stata distrutta.
 
 
Prima un camion cisterna e poi un auto hanno forzato il posto di blocco e si sono diretti contro l'edificio che una volta ospitava la camera di commercio della città per poi saltare in aria.
Sui due veicoli c'erano quattro kamikaze e bordo avevano tra i 150 ed i 300 chili di esplosivo.
Oltre all'esplosione del mezzo sono saltate per aria dei mezzi parcheggiati lì vicino oltre alla santabarabara, il magazzino di munizioni.
Nell'attentato hanno persona la vita 12 carabinieri, 5 soldati dell'esercito italiano, due civili del nostro paese e otto iracheni.
Numerosi i feriti sia tra gli italiani che tra la gente del luogo.
E' la prima volta che il contigente italiano rimane vittima di un attentato, e che la città sciita diventa scenario di eventi di questo genere.
Il pomeriggio di mercoledì viene scandito dall'annuncio della morte di un soldato o un carabiniere di cui via via vengono resi noti i nomi dopo che le famiglie in Italia sono state avvertite.
A fine serata il bilancio è pesantissimo 18 morti tra cui anche due civili, un regista e produttore Stefano Rolla in Iraq per preparare un film e Marco Beci un funzionario della cooperazione italiana, un agenzia legato alle Nazioni Unite a Nassiriya per aiutare la popolazione.
Due giorni più tardi il 15 a Kuwait city muore il giovane Pietro Pietruccioli, i genitori decidono di staccarlo dalle macchine e ne donano gli organi.
Nello stesso giorno arrivano in Italia le salme delle vittime.
Lunedi 17 novembre arriva da un giornale arabo di Londra la rivendicazione: é stato un atto terroristico firmato da Al Qaeda.
L'Italia, come mai è accaduto, vive con intesità e partecipazione questa tragedia che non è solo un dramma privato delle famiglie ma di tutto il paese.

        


        

        

        

        

     



"E tanto per cambiare ci dobbiamo distinguere"

In occasione del secondo anniversario. Adelina Parrillo, compagna di Stefano Rolla, il regista rimasto vittima dell'attentato, non e' stata ammessa alla cerimonia. I due non erano sposati e quindi la donna non risulta tra i familiari. La signora si e' presentata lo stesso all'ingresso dove e' stata respinta dalle forze di polizia. "Guardate come trattano quello che chiamano un eroe", ha detto polemicamente la signora, che e' circondata da un nutrito gruppo di uomini delle forze dell'ordine che non lasciano avvicinare i giornalisti.


                       


 




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10 novembre 2005

Una storia allucinante

Una storia allucinante dove l'assurdo supera la fantasia,dove le regole non esistono,e i veri colpevoli la fanno franca......................Un cavillo giudiziario,la decorrenza dei termini o quantaltro una mente furba di un esperto avvocato possa inventare per tirar fuori dal carcere un mafioso o un assassino,mentre chi per un errore perde la libertà e la giustizia,nella quale credeva e crede fermamente,giurando fedeltà e rispetto ad uno STATO che lo ha tradito.

   Questa è la storia di un agente di polizia.

E questo è il racconto del padre,anche lui ex agente di polizia....................

Salve, sono Natale Liggi, un ex agente della polizia stradale di Cesena.Vi prego di volermi dedicare qualche minuto perché possa esporre quanto è successo a mio figlio Ivan, anch’egli agente della Stradale di Rimini. Ivan, sin da piccolo ha sognato di diventare un poliziotto come il suo papà, indossare quella divisa che in famiglia viene indossata da molti, (dal papà, due zii, due cugini, ed il cognato). Ivan è cresciuto con certi valori e determinate ideologie. Il 18 marzo del 1992 il suo sogno si realizza, superando le selezioni riesce ad entrare in polizia.  Quattro anni dopo viene trasferito nella nuova sezione della Stradale di Rimini. A 25 anni, il 24 febbraio del 1997 la sua vita subisce un trauma irreversibile. Ivan ,in servizio di pattuglia sulla statale Adriatica intima l’alt a un automobilista, che si da alla fuga saltando il posto di blocco.  Dopo un inseguimento durato circa un’ora nel centro di Rimini la pattuglia, armi in pugno, ferma questa folle corsa, improvvisamente l’auto riprende la fuga investendo l’agente Ivan e facendolo cadere: in questi momenti di concitazione, il poliziotto si rialza da terra, rincorre il fuggitivo estraendo l’arma dalla fondina, che aveva il colpo in canna inserito al momento del fermo, una esplosione, parte un colpo accidentalmente, il proiettile infrange il lunotto posteriore e colpisce l’automobilista uccidendolo. Ivan dopo cinque anni di sospensione è stato reintegrato presso la polizia ferroviaria di Pesaro, si è distinto per due episodi per i quali è stato proposto una lode per interventi particolarmente rischiosi effettuati fuori servizio.   Ma intanto dalla Corte D’assise di Rimini l’agente Liggi è stato condannato a 4 anni per omicidio colposo.  Nel 2000 il procuratore generale di Bologna, impugna la sentenza, la trasforma in omicidio volontario. La Cassazione nel 2001 annulla la sentenza rinviandola di nuovo alla Corte d’appello di Bologna.  La Corte Suprema di Cassazione il 15 ottobre 2004 conferma la seconda condanna della Corte d’Appello di Bologna a 9 anni e 5 mesi per aver sparato volontariamente ad altezza d’uomo, pena che Ivan ha iniziato a scontare nel carcere dal giorno 16 ottobre 2004. Intanto  anche la Corte dei  Conti presenta il conto, condanna Ivan a risarcire al  Ministero dell’Interno  Euro 130.000 pari  alla somma  pagata alla  parte civile,  più interessi  che  maturano dal 28 febbraio 2003  di Euro 11,16 giornalieri. Licenziato dal lavoro sarà  perseguitato fiscalmente  per il resto della sua vita. Continuo a non credere che Ivan avesse la volontà di ammazzare quel ragazzo, lo comprendono anche le sorelle della vittima che ai giornali hanno pronunciato le seguenti parole: "Anche nostro fratello avrebbe voluto un po’ di pace per Ivan, faremmo di tutto per aiutarlo, anche andare davanti ai giudici per chiedere una riduzione della pena per non distruggere un’altra vita". 



                                               
                                             l'ex agente di polizia Ivan Liggi




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7 novembre 2005



IRAQ: DOCUMENTARIO ACCUSA, IL FOSFORO USA SU FALLUJA
 
         

       

ROMA - Durante la massiccia offensiva con cui ripresero il controllo della citta' irachena ribelle di Falluja, nel novembre 2004, i militari americani fecero uso di armi chimiche proibite dalle convenzioni internazionali. In particolare di Nk-77, nuova versione del nefasto napalm, ampiamente usato in Vietnam e proibito nel 1980, e anche del terribile fosforo bianco, un agente che brucia la pelle in modo irreversibile e penetra nel corpo, carbonizzandolo. E' l'atto d'accusa che emerge da un documentario-indagine di Rai News 24 dal titolo ''Falluja. La strage nascosta'', presentato oggi a Roma alla stampa. Il servizio, che dura 22 minuti, e' firmato dall'inviato di Rai News 24 in Iraq, Sigfrido Ranucci, e presenta interviste a testimoni oculari, militari americani, abitanti di Falluja e giornalisti, fra i quali l'italiana Giuliana Sgrena, andra' in onda su Rai Tre e sul canale satellitare all-news della Rai alle 7.30 di domani, 8 novembre. ''Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perche' veniva usato il fosforo bianco su Falluja. Nel gergo militare viene chiamato 'Willy Pete' (dalle iniziali di 'White Phosphorus', ndr). Il fosforo bianco brucia i corpi, addirittura li scioglie''. La testimonianza e' di un militare americano veterano dell'Iraq, Jeff Englehart, marine della 1/a divisione intervistato nel documentario nella sua abitazione in Colorado nell'agosto di quest'anno. ''Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini'', dice ancora Englehart nel documentario Rai, spiegando che il fosforo ''esplode a forma di nuvola e chi si trova nel raggio di 150 metri e' spacciato'', perche' ''brucia le molecole di ossigeno e una volta attecchito sulla pelle, in modo irreversibile, brucia fino all'osso''. L'idea di girare il servizio, ha spiegato l'autore Ranucci durante la conferenza stampa di presentazione, venne dalla visione di un gran numero di fotografie, tenute dai registri cimiteriali di Falluja, di cadaveri ritrovati in citta' dopo la battaglia del 2004: filmati ravvicinati e foto scattate per favorire la loro identificazione. Molte di queste foto sono contenute nel documentario, e mostrano volti deformati e anneriti. Alcuni sono visibilmente in avanzata decomposizione, ma alcuni dei volti sono carbonizzati, calcinati e semistaccati dal cranio, come una maschera. Corpi rattrappiti e semicarbonizzati, ma che non sono morti fra le fiamme, perche' sono tutti vestiti e il tessuto degli abiti e' intatto. In una foto si vede una donna, riconoscibile come tale solo perche' indossa un velo colorato, il cui tessuto e' letteralmente fuso con il volto, una maschera rigida che sembra fatta di legno. ''Bruciano solo i corpi, non i vestiti'', segni tipici degli effetti del micidiale fosforo bianco, denuncia Mohammad Tareq al-Deralji, direttore di un centro studi su Falluja, una ong nata nel 2005 dopo i bombardamenti sulla citta' ribelle, in una conferenza stampa praticamente deserta tenuta lo scorso 25 ottobre all'Europarlamento a Strasburgo, inserita nell'indagine Rai. ''Testimoni - racconta al-Deralji - hanno visto a Falluja una pioggia di sostanze incendiarie di vari colori che quando colpivano bruciavano le persone. E anche quelli che non erano colpiti avevano difficolta' a respirare'', dice ancora. I cadaveri da lui visionati, dice, mostravano che alcuni erano stati uccisi nel sonno''. Il fosforo puo' essere impiegato sia come arma incendiaria (sperimentato dai tedeschi nella Guerra di Spagna, ampiamente usato nei bombardamenti della Raf su Amburgo e Dresda nella Seconda Guerra Mondiale), sia come arma chimica (usato da Saddam Hussein insieme ai gas nervini). Proibito, come anche il napalm, come arma, e' tollerato dalla convenzione internazionale sulla non proliferazione delle armi chimiche solo come mezzo per illuminare la notte o per fabbricare fumogeni. Ed il documentario mostra filmati circolati clandestinamente, indicati come ripresi da soldati americani a Falluja, in cui si vedono nella notte i lampi e la fontana di fuoco bianco di bombe al fosforo. Il dipartimento di Stato ufficialmente nega l'uso di fosforo bianco da parte delle forze armate Usa (lo attesta un documento ufficiale del Bureau of International Information Programs, l'ufficio di comunicazione del ministero degli esteri Usa. Ma in Gran Bretagna lo scorso giugno una deputata laburista, Alice Mahon, intervistata nel documentario, si dimise per non essere complice di crimini di guerra dopo che, su sua interrogazione alla Camera dei Comuni se fossero vere le notizie sull'uso di fosforo e di napalm Mk-77 in Iraq (sull'onda di indagini dei alcuni quotidiani, fra cui l'Independent'), il ministero della Difesa di Sua Maesta' ammise che era vero, scusandosi per aver risposto in precedenza il falso, negando sempre. Quella di Falluja, insomma, ''e' stata una battaglia che nessuno ha potuto vedere''. Solo pochi i giornalisti 'embedded', cioe' a seguito dei militari, uno dei quali, colui che riprese la scena, che ha fatto il giro del mondo, del marine che uccide un ferito disteso a terra, fu espulso. Fra i testimoni (indiretti) interpellati nel documentario, anche la giornalista Giuliana Sgrena, sequestrata lo scorso febbraio in Iraq e rilasciata dopo un mese: ''Avevo raccolto testimonianze sull'uso del fosforo e del napalm da alcuni profughi di Falluja, che avrei dovuto raccontare prima di essere rapita. Avrei voluto raccontare questo, ma i miei rapitori non me l'hanno permesso'', dice la Sgrena, presente oggi alla presentazione.




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7 novembre 2005



Inchiesta shock di "Rai News 24": l'agente chimico usato
come arma. Un veterano: "I corpi si scioglievano"
"Fosforo bianco contro i civili"
Così gli Usa hanno preso Falluja

Un documento svela anche un test su un nuovo tipo di Napalm



Il fosforo bianco in azione

ROMA - In gergo i soldati Usa lo chiamano Willy Pete. Il nome tecnico è fosforo bianco. In teoria dovrebbe essere usato per illuminare le postazioni nemiche al buio. In pratica è stato usato come arma chimica nella città ribelle irachena di Falluja. E non solo contro combattenti e guerriglieri, ma contro civili inermi. Gli americani si sarebbero resi responsabili di una strage con armi non convenzionali, la stessa accusa di cui deve rispondere l'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. Questo racconta un'inchiesta di Rai News 24, il canale all news della Rai svelando uno dei misteri del fronte di guerra tenuto più nascosto dell'intera campagna americana in Iraq.

"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah. Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie fino alle ossa", dice un veterano della guerra in Iraq a Sigfrido Ranucci, inviato di Rai News 24.

"Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini - aggiunge l'ex militare statunitense - il fosforo esplode e forma una nuvola. Chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato".

L'inchiesta di Rai News 24, Fallujah. La strage nascosta, in onda domani su Rai3, presenta, oltre alle testimonianze di militari statunitensi che hanno combattuto in Iraq, quelle di abitanti di Fallujah. "Una pioggia di fuoco è scesa sulla città, la gente colpita da queste sostanze di diverso colore ha cominciato a bruciare, abbiamo trovato gente morta con strane ferite, i corpi bruciati e i vestiti intatti", racconta Mohamad Tareq al Deraji, biologo di Falluja.

"Avevo raccolto testimonianze sull'uso del fosforo e del Napalm da alcuni profughi di Falluja che avrei dovuto incontrare prima di essere rapita - dice nel servizio la giornalista del Manifesto rapita in Iraq (proprio a Falluja) nel febbraio scorso, Giuliana Sgrena, a Rai News 24 - Avrei voluto raccontare tutto questo, ma i miei rapitori non me l'hanno permesso".

Rainews 24 mostrerà documenti filmati e fotografici raccolti nella città irachena durante e dopo i bombardamenti del novembre 2004, dai quali risulta che l'esercito americano, contrariamente a quanto dichiarato dal Dipartimento di Stato in una nota del 9 dicembre 2004, non ha usato l'agente chimico per illuminare le postazioni nemiche, come sarebbe lecito, ma ha gettato fosforo bianco in maniera indiscriminata e massiccia sui quartieri della città.

Nell'inchiesta, curata da Maurizio Torrealta, vengono trasmessi anche documenti drammatici che riprendono gli effetti dei bombardamenti anche sui civili, donne e bambini di Falluja, alcuni dei quali sorpresi nel sonno.

L'inchiesta mostra anche un documento dove si prova l'uso in Iraq di una versione del Napalm, chiamata con il nome MK77. L'uso di queste sostanze incendiarie su civili è vietato dalle convenzioni dell'Onu del 1980. Mentre l'uso di armi chimiche è vietato da una convenzione che gli Stati Uniti hanno firmato nel 1997.

Fallujah. La Strage Nascosta verrà trasmessa da Rai News domani 8 novembre alle ore 07.35 (sul satellite Hot Bird, sul canale 506 di Sky e su Rai Tre), in replica sul satellite Hot Bird e sul canale 506 di Sky alle 17 e nei due giorni successivi.




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3 novembre 2005



IL CASO
Le domande sul Nigergate
in attesa di risposta

di GIUSEPPE D'AVANZO

OGGI, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti ascolterà il direttore del Sismi Nicolò Pollari e il sottosegretario Gianni Letta (delegato da Berlusconi a sovrintendere il lavoro dell'intelligence). Le audizioni dovranno chiarire il ruolo dell'Italia nella raccolta di intelligence sulle armi di distruzione di massa di Saddam; sulla fabbricazione a Roma, e per mano italiana, di un falso dossier che accreditava agli alleati inglesi e americani l'acquisto iracheno di 500 tonnellate di uranio grezzo, con un "memorandum di intesa" (naturalmente fasullo). Che parte, dunque, ha avuto il nostro servizio segreto? Quali sono stati gli indirizzi politici indicati, al servizio segreto, dal governo? Chi, nel governo, ha seguito con Washington, e a Washington, l'"agenda"?

Sono questi gli interrogativi di fondo dell'affare chiamato Nigergate, all'origine del caso Cia-gate che ha già condotto sul banco degli imputati il primo consigliere di Dick Cheney, Lewis Libby.

Come si sa, Palazzo Chigi, con sdegno, respinge ogni responsabilità nell'imbroglio negando alcun "coinvolgimento diretto o indiretto nel confezionamento e nella veicolazione del falso dossier sull'uranio nigerino". Il Sismi è disposto ad ammettere soltanto che il 15 ottobre del 2001, con una lettera di una pagina e mezza, conferma alla Cia che le "evidenze di intelligence", sul tentativo iracheno di procurarsi in Africa uranio grezzo (yellowcake), sono fornite da una fonte attendibile del servizio, la Signora, che già in passato ha consegnato a Forte Braschi codici crittografici del Niger e registri di protocollo dell'ambasciata.

Secondo il Messaggero, la Cia dichiara la sua perplessità sulla credibilità di quelle notizie. Pollari, nero su bianco, condivide quelle perplessità. Per un anno il Sismi sostiene di essersene stato come "inattivo" su questo fronte. Si muove soltanto dopo il 9 ottobre del 2002, quando Panorama consegna all'ambasciata degli Stati Uniti a Roma il dossier (falso) ottenuto da un ex-collaboratore del servizio italiano, Rocco Martino.

Anche se non si comprende chi, come, quando trasmetta il dossier fasullo (il direttore di Panorama ha escluso di aver coinvolto il Sismi), la Ditta di Nicolò Pollari comincia a pedinare il venditore. Lo fotografa con un agente francese. Poi quando il vendifumo si presenta all'ambasciata inglese a Bruxelles (è ormai la primavera del 2003: la missione è stata già dichiarata "compiuta" da Bush il 1 maggio) mette in guardia l'Mi6 che quel Rocco Martino è "un truffatore".

All'osso è questa la ricostruzione difensiva del Sismi. Che non lesina accuse alla Francia. Sono stati i francesi, dice Pollari, a diffondere e ad accreditare quei documenti infedeli. Infatti. Il 22 novembre del 2002, nel corso di una riunione al Dipartimento di Stato, il direttore della controproliferazione del ministero degli Esteri francese riferisce che Parigi è in possesso di informazioni sul tentativo di Saddam di procurarsi uranio in Niger. Il 27 gennaio 2003 un rapporto del servizi transalpini ricorda ancora che i tentativi iracheni di acquisire yellowcake risalgono al 1999.

La difesa del Sismi ha la debolezza di cancellare con un colpo di spugna un anno cruciale: ottobre 2001/ottobre 2002. In questi dodici mesi si addensano (anche qui per sommi capi) otto fatti e domande a cui Nicolò Pollari dovrà oggi rispondere.

1. Il falso dossier è confezionato da Rocco Martino (collaboratore del Sismi), da "la Signora" (fonte del Sismi), da Antonio Nucera (colonnello del Sismi, in forza al servizio fino all'inizio del 2002, se ha ragione l'Unità). Che cosa ha saputo la direzione del servizio (Battelli prima, Pollari dopo) della loro attività? Il dossier, che i vendifumo manipolano, raccoglie anche vecchia intelligence degli anni ottanta. Come e da chi è stata trafugata dagli archivi di Forte Braschi? C'è stata un'indagine interna? Quali sono state le conclusioni? E se non c'è stata, perché?

2. Il 15 ottobre 2001 il Sismi accredita alla Cia la Signora come fonte attendibile, ma si dice perplesso delle notizie che ella diffonde. Come può essere accreditata una fonte che distribuisce notizie dubbie? Che tipo di controlli e verifiche, il Sismi ha avviato da quel momento sulla correttezza della Signora e sull'attendibilità delle informazioni che aveva raccolto? Il colonnello Antonio Nucera ha fatto parte di questo lavoro, ammesso che ci sia stato? Quali sono stati i risultati?

3. Nel febbraio del 2002, Dick Cheney mette sotto pressione la Cia perché vuole saperne di più sul "dossier italiano". Il vicepresidente degli Stati Uniti si riferisce soltanto al report del 15 ottobre o quel report era stato rinforzato da altre comunicazioni del Sismi? E quali?

4. Che cosa accade dal febbraio del 2002 fino al settembre di quello stesso anno? Quali azioni segue il Sismi? Il 9 settembre 2002, Pollari è a Washington con la squadra delle Armi di Distruzione di Massa. Incontra alla Casa Bianca Condoleezza Rice e Stephen Hadley "per quindici minuti", ma quali sono gli incontri che hanno preceduto o seguito la visita "di cortesia"? E' legittimo pensare, vista la delegazione, che si sia parlato di uranio e centrifughe per arricchirlo. Il Sismi ha comunicato gli esiti dell'inchiesta sulla Signora (ammesso che ci sia stata) e della verifica sulle sue informazioni? Ha confermato le sue perplessità o le ha rimosse, con qualche nuova evidenza raccolta nel corso del tempo? Durante quella missione si sono scambiati documenti con la Cia? O soltanto intelligence, e quale?

5. Il 12 settembre 2002, Panorama dà notizia dello shopping iracheno di uranio in Africa (500 tonnellate) e dell'acquisto in Europa di centrifughe. E' ragionevole pensare che gli accurati cronisti del magazine abbiano interpellato per conferma fonti del Sismi. Il nostro servizio ha confermato o smentito quelle informazioni? E nell'uno o nell'altro caso, con quali "notizie"?

6. Nell'ottobre e nel novembre 2002, il direttore Nicolò Pollari riferisce al comitato parlamentare di avere "prove documentali dell'acquisto di uranio naturale in una repubblica centro-africana e di centrifughe nucleari in Europa". Questa certezza contraddice le perplessità di un anno prima. Che cosa è accaduto di nuovo? Quali documenti giustificano quelle affermazioni? I documenti sono stati condivisi con Washington e con Londra?

7. Siamo ora al 9 ottobre 2002. Per una qualche via, il Sismi entra in possesso del dossier falso consegnato da Rocco Martino a Panorama e da Panorama all'ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Perché il Sismi non avverte subito della "truffa" Washington, come al contrario fanno i francesi il 4 febbraio del 2003, due settimane prima dell'intervento militare?

8. Dopo il 9 ottobre 2002, un gruppo di agenti del Sismi chiamati, a quanto pare, "Cristo si è fermato ad Eboli" non perde d'occhio Rocco Martino. Perché nessun resoconto o indicazione o rapporto, con Rocco Martino indagato dalla procura di Roma dal luglio del 2003, viene consegnato alla polizia giudiziaria fino all'autunno del 2004? Perché il Sismi non segnala all'Fbi che Martino è partito per gli Stati Uniti dove concederà un'intervista alla Cbs (il Sismi pedina il vendifumo a colloquio con i giornalisti)?

C'è un'altra questione essenziale che sarà al centro delle audizioni: le azioni "sul terreno" in Iraq della nostra intelligence alla vigilia della guerra nonostante la "non belligeranza" approvata dal Parlamento in rispetto degli articoli 10 e 11 della Costituzione. E' una questione che chiama in causa direttamente il governo (e quindi oggi Letta), la sua politica, i protagonisti e gli alleati palesi e occulti della sua azione. Di quell'attività di intelligence nel "teatro di guerra", Palazzo Chigi ha sostenuto di aver sempre dato conto al comitato di controllo. I membri del comitato di controllo sostengono di non averne mai saputo nulla. E allora qualche domanda.

1. Per quale motivo il ministro della Difesa Antonio Martino accredita Michael A. Ledeen (indicato come "indesiderabile" nel nostro Paese) presso il direttore del Sismi? Chi, a Washington, lo ha sponsorizzato e per quale missione?

2. Chi erano gli "invitati" ai meeting organizzati da Ledeen e dal Sismi. E quali erano gli obiettivi di quelle riunioni? Quante riunioni si sono tenute in Italia?

3. Perché nell'estate del 2004 il Sismi "rompe" con Ledeen e perché Pollari afferma che l'"amico americano" sostenuto dal ministro "ha scambiato il nostro servizio segreto per un Carrefour, per un supermercato"? A chi si rivolge, in Italia e negli Stati Uniti, Pollari per impedire che Ledeen agisse nel nostro Paese?

4. Qual è stato il ruolo del consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Gianni Castellaneta, nella pianificazione dello scambio di intelligence tra Roma e Washington? Gianni Letta ne era informato? O la "missione" di Castellaneta era autorizzata direttamente dal capo del governo? A chi il Sismi riferiva delle missioni in Iraq per "corrompere" i gerarchi di Saddam?

5. Alla vigilia della guerra, quale missione il governo Berlusconi ha affidato al Sismi?
Come ha detto Marco Minniti su queste pagine, nessuno può credere seriamente che l'impegno dell'Italia, alla vigilia e durante il conflitto, sia stato soltanto "affare di tecnici". Quel che comincia oggi dinanzi alla commissione presieduta da Enzo Bianco è dunque una verifica dei rapporti tra politica e intelligence o, per dirla in altro modo, di quanto in Italia, come negli Stati Uniti, si sia politicizzato il lavoro dell'intelligence. E' un affare che interpella il Sismi, e le sue azioni, ma anche il governo, e le sue decisioni.




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2 novembre 2005



LA RICOSTRUZIONE
Bufale e acrobazie di Berlusconi
a Washington è andata così

di VITTORIO ZUCCONI

                     

Inseguire le smentite, le autocorrezioni e le acrobazie del primo ministro Berlusconi è sempre impresa che produce qualche vertigine, ma sulla vicenda del "timore" americano per una possibile vittoria elettorale del centrosinistra, i fatti sono chiari e verificabili da dozzine di testimoni presenti. Berlusconi ha dovuto smentire se stesso e le proprie parole nell'arco di una stessa conferenza stampa.
Torniamo all'auditorium dell'ambasciata italiana di Washington, lunedì 31 ottobre, alle ore 13.45 locali. Seduto tra l'ambasciatore Castellaneta e il portavoce Bonaiuti, il premier italiano risponde alla domanda della inviata del TG1, affermando, senza mezzi termini, dopo avere illustrato l'agenda dei colloqui e nel quadro della sua conversazione con Bush appena finita (il contesto è importante) che "il presidente teme il cambio di governo in Italia", per "le posizioni sul ritiro delle nostre truppe dall'Iraq", fatte dal centro sinistra.

La conferenza stampa si trascina stancamente, per un'altra ora circa, zigzagando fra vari argomenti. Ma per i giornalisti più accorti, è quella frase che resta impressa. Si alza un inviato del Corriere della Sera che vorrebbe capire meglio la storia del "timore americano". Berlusconi ripete quello che ha già detto: "Il governo americano teme la vittoria della sinistra". Chiaro? Chiarissimo. La frase non è un'interpretazione, un'estrapolazione, un'ipotesi. E' un'affermazione netta, soggetto, verbo all'indicativo presente, complemento oggetto, attribuita al governo americano, dunque a George Bush, l'uomo con il quale Berlusconi ha appena finito di discutere e di pranzare per due ore.


L'agenzia Ansa, correttamente, si affretta a lanciare un flash con la notizia: un governo straniero, e specialmente un governo come quello americano, che esprime platealmente la propria preferenza elettorale verso una democrazia alleata e sovrana in piena campagna elettorale, è "big story", faccenda grossa. Bush ci manda a dire, attraverso Berlusconi, come noi italiani dovremmo votare. Pochi minuti più tardi, un'altra agenzia, la Ap.com, chiede a Fred Jones, uno dei portavoce del governo, chiarimenti. Jones riafferma la imparzialità e la assoluta non ingerenza della Casa Bianca di fronte a elezioni democratiche in paesi sovrani. E' la prima smentita.

Prima che la conferenza termini, dopo un interminabile e non richiesto comizio del premier su euro, finanziaria, lavoro, Cina, petrolio, commercio internazionale e altro, l'inviato di Repubblica - io - si alza per chiedere ancora una volta di chiarire un punto così rovente e chiaramente destinato ad avere una eco enorme in Italia: "Presidente, a scanso di equivoci, lei ci sta dicendo che il presidente Bush ha espresso a lei una preferenza elettorale contro il centro sinistra?".
Berlusconi, finalmente, capisce di averla fatta fuori da vaso. "No, no - mi risponde - Bush non lo ha detto, ma mi sembra logico, come uno più uno fa due, che al governo americano non possa piacere che in Italia vada al potere una coalizione che si è espressa sulla posizioni di Zapatero". Dunque egli ha attribuito, nelle prime due risposte, a Bush quello che era invece la sua opinione di capo di un partito e di una coalizione. Legittima, fino quando sua, arbitraria quando messa sulla labbra di un altro governo.

La stessa agenzia Ansa, di nuovo correttamente, si affretta a lanciare un altro dispaccio per informare che Berlusconi ha di fatto corretto la propria affermazione e ha negato che sia stato Bush a esprimere quella opinione. Un fatto che sarebbe stato di colossale gravità politica, sicuro produttore di passi diplomatici e di marce indietro.

Tanto grave sarebbe stato che alcune ore più tardi, sollecitato dai giornalisti italiani di agenzia come si fa, o si dovrebbe fare sempre in questi casi, il portavoce dello Nsc, il Consiglio per la Sicurezza Nazionale, il circolo più alto dei consiglieri presidenziale per la sicurezza e la politica estera, ribatte il chiodo e afferma l'ovvio, che al Berlusconi delle 13 e 45 era sfuggito e che il Berlusconi delle 14 e 45 aveva capito e riacciuffato, ma soltanto dopo la mia insistenza nel precisare: informa che la posizione del governo americano è quella di sempre, che "le scelte elettorali del popolo italiano riguardano esclusivamente il popolo italiano". Tradotto: la Casa Bianca (di cui lo Nsc è il cuore strategico) avverte che l'aritmetica di Berlusconi, "l'uno più uno fa due", lo accenno a Zapatero, la storia dei "timori" è tutta farina del sacco italiano.

Fine della solita, triste, umiliante storia déjà vu mille volte, di un capo del governo che nel fervore della propaganda elettorale perde il senso del proprio ruolo istituzionale quando si muove come presidente del consiglio dei ministro all'estero, dunque rappresentando la nazione e il Parlamento insieme. E anziché umilmente scusarsi, cerca di scaricare sui giornali la propria irresponsabilità.




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1 novembre 2005



L'INCHIESTA
Roma sapeva dal 2003
che non c'erano armi

I servizi erano al corrente che l'Iraq non aveva super armi
In campo con l'intelligence così l'Italia entrò in guerra
di CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO



Marines durante
la battaglia di Bassora

ROMA - La terrazza dell'Eden di via Ludovisi è inondata di sole. L'alto dirigente del Sismi racconta dell'operazione segreta condotta sul campo in Iraq, alla vigilia della guerra, da una squadra di venti agenti di tre direzioni (Intelligence militare, Operazioni, Antiterrorismo) del nostro servizio segreto. "Quando abbiamo cominciato ad avvicinare generali e ufficiali dell'esercito regolare e funzionari del Baath per invitarli alla diserzione, ci siamo trovati di fronte a uomini disperati. Pronti a barattare il loro patrimonio di informazioni in cambio della promessa di una sopravvivenza fisica e, in qualche caso, politica nel dopoguerra. Siamo così riusciti a comunicare in tempo reale informazioni in loro possesso, diventate poi decisive nel teatro delle operazioni. E' accaduto, per fare un esempio, la notte stessa dell'attacco. Anzi, la mattina all'alba. Erano più o meno le cinque e mezza del 20 marzo quando cominciano a cadere su Bagdad bombe di precisione e missili Tomahawk.

"Il Comando alleato si attende una reazione immediata, come è giusto. Noi italiani siamo sul terreno e abbiamo "occhi" per vedere. Le nostre "fonti" sono allo Stato Maggiore e ci avvertono che sono state attivate le batterie missilistiche nell'area di Bassora. Saddam tenterà di colpire Kuwait City. Le batterie vengono neutralizzate. Dove noi non siamo riusciti a penetrare, sono al lavoro le "fonti" della rete sciita, che ci ha aiutato molto...". L'uomo si fa orgoglioso e serio come se volesse accertarsi che le sue parole siano ben comprese.

"È stata una guerra di notizie. E questa volta noi ne avevamo di buone, dirette e di prima mano. Perché eravamo lì, sul posto. Notizie importanti come quella raccolta dai nostri e confermata dagli sciiti che i ponti minati di Bagdad non sarebbero saltati. Notizie più minute, come la consistenza numerica delle colonne corazzate irachene arretrate dal fronte di Kirkuk verso Bagdad. Notizie essenziali, come la localizzazione del rifugio di Abu Abbas (il palestinese che guidò il sequestro dell'Achille Lauro, arrestato nel 2003 e morto in un campo di prigionia americano nel marzo del 2004, ndr) a Bagdad. Gli americani sono entusiasti. Non si aspettavano da noi una così invasiva, efficace penetrazione nell'Esercito di Saddam. A Washington, siamo delle glorie... Il Pentagono ha scritto una lettera con molte lodi a Berlusconi...".

Quel che il "funzionario della presidenza del Consiglio" non dice né può dire è che la nostra intelligence e quindi il governo italiano (come l'Iraqi National Congress e quindi il Pentagono) sanno con certezza per lo meno dal gennaio 2003 e (con molte probabilità, dal dicembre del 2002) che, negli arsenali di Saddam Hussein, non ci sono armi di distruzione di massa. Non c'è l'ordigno nucleare. Non ci sono i missili a lunga gittata. Non c'è la possibilità di armare testate missilistiche con veleni biologici e chimici. C'è soltanto un esercito che non vuole combattere e uno Stato Maggiore che attende di arrendersi al miglior prezzo possibile.

È questa l'informazione più preziosa che gli agenti del Sismi, integrati nel network sciita del Consiglio supremo della rivoluzione dell'ayatollah Muhammad Baqir al-Akim e nella rete di spie dell'Iraqi National Congress di Ahmed Chalabi, affidano al Comando unificato della coalizione a Doha. L'esercito iracheno è di cartapesta, malamente armato anche per una modesta guerra convenzionale. Né può essere altrimenti dopo l'estenuante conflitto con l'Iran, l'invasione del Kuwait e la guerra del Golfo del 1991, la lunga fase delle no-fly zones, dell'embargo, delle sanzioni. Nei colloqui con gli agenti italiani, gli ufficiali iracheni, addestrati nelle nostre accademie militari e da Finmeccanica e Selenia, diventati nel corso del tempo generali, liquidano con un amaro sorriso di scherno l'ipotesi che siano in possesso di armi di distruzione di massa.

Spiegano ai nostri come i carri armati e i veicoli da combattimento sono relitti della guerra del 1980/1988 contro Teheran, privi di parti di ricambio, molto simili ad arnesi arrugginiti e inutilizzabili. Svelano ai nostri uomini che le Forze Armate di Saddam - dalla bassa forza allo Stato Maggiore - hanno il morale sotto le scarpe, un equipaggiamento approssimativo, in qualche caso nemmeno le scarpe. Sono informazioni decisive. Le forze della coalizione possono dare il via all'intervento senza l'angoscia di chi si prepara a "perdere" 37 mila uomini, come prevede il calcolo statistico sul tasso di perdite di una guerra convenzionale tradizionale (il 15 per cento di 250 mila uomini).

Così, mentre dinanzi all'opinione pubblica mondiale, ancora nel marzo e nell'aprile 2003, viene agitato lo spettro di un'aggressione chimica-biologica, la campagna militare può essere condotta con la convinzione che quelle armi non ci sono. La loro esistenza è soltanto un miracolo della propaganda e della disinformazione.

Ai "tecnici" della guerra la circostanza non sfugge. "A meno di non ammettere che i generali e i politici americani fossero incompetenti o pazzi o criminali - annota il generale Fabio Mini ("La guerra dopo la guerra", Einaudi 2003) - se ci fosse stato davvero il rischio d'impiego di armi di distruzione di massa, le predisposizioni operative e tattiche sarebbe state diverse".

Una serie, anche limitata, di attacchi chimici o biologici, avrebbe infatti potuto produrre perdite elevatissime. Sarebbero state necessarie altre protezioni in aggiunta alla semplice maschera antigas, equipaggiamenti più efficienti e moderni di quelli schierati dalla compagnie NBC (difesa nucleare, biologica, chimica). Le predisposizioni operative, logistiche e quelle sanitarie sarebbero state ben diverse e non si sarebbero dovute vedere le colonne compatte di camion e mezzi cingolati che, dal primo giorno, si sono visti avventurarsi nel deserto iracheno. "Nelle condizioni in cui i soldati della coalizione si sono visti combattere e muovere (fuori dai portelloni dei carri, con le botole aperte, senza sovravestiti protettivi, in colonne immense con distanza intraveicolare quasi nulla) era chiaro che, a livello militare, era stato escluso a priori sia l'attacco con le armi di distruzione di massa sia l'attacco da parte di missili e artiglierie pesanti che, in quelle condizioni, avrebbe fatto dei danni rilevanti con poche granate".

Conclusione di Fabio Mini. "Dal punto di vista prettamente militare, doveva quindi essere stato accertato che l'Iraq o non disponeva di armi di distruzione di massa o non aveva i vettori per impiegarle o che entrambi erano stati distrutti prima della guerra e che, se aveva tutto ciò, si sapeva che non le avrebbe impiegate".

Accertare e far sapere che non c'è pericolo. È stata questa la battaglia "invisibile" del Sismi. L'Esercito iracheno non avrebbe combattuto perché non voleva combattere di nuovo un conflitto senza speranza e - anche nell'ipotesi che qualche "testa calda" e irriducibile avesse voluto - non aveva i mezzi per farlo.
Dunque, nella guerra contro l'Iraq - guerra d'intelligence che costringe o convince un nemico pezzente a vendersi senza combattere - l'Italia è in campo. A tutto diritto la si può annoverare nel gruppo di testa della forze della coalizione, appena dopo gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l'Australia.

Silvio Berlusconi, prima di convincere innanzitutto se stesso di non aver mai voluto la guerra (come è accaduto in questi giorni), la guerra l'ha fatta per davvero. Discreta, segreta. Il 23 aprile del 2003 non nega che l'Italia abbia combattuto in prima fila. Se ne vanta addirittura. Il presidente del Consiglio è a Portorotondo quando legge del "Sismi in Iraq" (la Repubblica).

Ammette: "È vero, e credo che siamo stati molto utili alle democrazie occidentali. La nostra posizione nella coalizione non è stata mai in dubbio e quindi la nostra intelligence ha collaborato con gli alleati". Parole inequivocabili che permettono di sottolineare due punti fermi. Facciamo parte della coalizione che combatte in Iraq per il cambio di regime. Alla guerra partecipiamo, non con truppe nel deserto, ma con un lavoro dell'intelligence che è stato molto utile.

Silvio Berlusconi sa essere un rumoroso gaffeur. Quindi, anche onesto. Manda per aria, con due frasi, l'architettura di doppiezze politiche e imbrogli istituzionali che ha definito il ruolo dell'Italia nella crisi irachena. La formula della non belligeranza, scelta dopo qualche ondeggiamento, assegna all'Italia soltanto un sostegno politico all'alleato americano senza la partecipazione diretta alle operazioni militari.

Ma il lavoro invisibile e segreto del Sismi sul terreno, in appoggio alle truppe d'invasione, è "belligeranza" o "non belligeranza"? È combattimento o, strapazzando un po' il vocabolario, si può dire appoggio politico? Se non si è farisei, è difficile avere dubbi. In una guerra che, fin dalla fabbricazione a tavolino delle ragioni per dichiararla, è stata soprattutto una gigantesca operazione di disinformazione e intelligence, il lavoro degli agenti del Sismi che per quattro mesi, sotto falsa identità a Bagdad, barattano il tradimento dei gerarchi di Saddam e misurano l'inconsistenza della difesa militare irachena e l'assenza delle armi di distruzione di massa è partecipazione alla guerra. È combattere. Significa stare in prima linea.

Negarlo è ingannare il Paese e ha lo stesso sapore della menzogna che consente alle istituzioni e al governo di nascondere la violazione degli articoli 10 e 11 della Costituzione, o della fanfaluca che permette al Parlamento di non considerare calpestato il voto che impegna la nostra presenza militare in Iraq all'intervento umanitario e di pace (peace-keeping, peace-making, peace-enforcing) una volta conclusi i combattimenti, che - come si sa - ancora oggi proseguono nelle forme del terrorismo, della guerriglia, della guerra civile.

Il Sismi ha combattuto in Iraq, dunque. La considerazione cade in un vuoto politico. Si può ora soltanto osservare quali sentieri inesplorati apra a un governo e al lavoro dell'intelligence questa straordinaria vittoria sulla verità; quale prezzo paga la qualità della nostra democrazia.

Le parole di Berlusconi in Sardegna risuonano troppo avventurose nella Capitale. Palazzo Chigi si precipita a correggerle con una nota. La nota deve essere però accorta e saggia. Minimizzando, deve saper dissimulare la cosa (la partecipazione alla guerra) e lanciare un avvertimento politico: tutti sapevano. Quindi, anche se una violazione della "non belligeranza" c'è o potrebbe essere contestata, chi può lanciare la prima pietra? La presidenza del Consiglio conferma: "Il servizio ha curato, come da suo dovere istituzionale, attività di intelligence e non certo operazioni militari. Pertanto si esclude qualunque partecipazione ad operazioni belliche, quali interventi sul terreno per illuminare obiettivi militari".

Se si esclude che a Palazzo Chigi credano che l'espressione "illuminare obiettivi militari" significhi accendere la luce di una torcia - o che nel palazzo del governo non sappiano che, da che mondo è mondo, non c'è azione militare senza attività di intelligence - il comunicato riconosce che il Sismi è stato all'opera in Iraq. Naturalmente non di sua iniziativa. "Si conferma, prosegue la nota, che della natura svolta dal servizio sono informati il governo e il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti".

Quindi il governo sa e sa anche il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti presieduto da un esponente dell'opposizione, l'ex-ministro dell'Interno Enzo Bianco. Tutti (governo, maggioranza, opposizione, organi di controllo) sono a conoscenza di una storia italianissima per compromessi e furbizia che così va raccontata: formalmente stiamo lontani dalla guerra; siamo non belligeranti; il nostro impegno sarà soltanto umanitario. In realtà, aggirando i vincoli costituzionali, siamo sul campo di battaglia. Non con le armi, i soldati e i carri armati (le finanze disastrate e il mammismo nazionale, oltre che la Carta, non ce lo consentono), ma con le intrusioni e le infiltrazioni di agenti segreti in azioni, organizzate dal Pentagono, che contano sulla collaborazione degli sciiti dello Sciri e dell'Iraqi National Congress.

L'assoluto oblio che, in capo a poche ore, nasconde all'opinione pubblica e al dibattito politico la conferma della presenza della nostra intelligence militare nel "teatro di guerra" con un ruolo risolutivo per le forze della coalizione anglo-americana è (con la "veicolazione" del falso dossier uranio) lo spartiacque tra un prima e un dopo del nostro servizio segreto e della nostra politica della sicurezza. È l'inizio di una stagione. È un'epifania. Si può dire che la commistione con gli uomini e i metodi del Pentagono produce anche in Italia quel che già è stato seminato e raccolto negli Stati Uniti: la politicizzazione dell'intelligence.

L'operazione, come primo effetto, confonde la trasparenza del quadro di comando. Si deformano le linee dirette di responsabilità politica (Berlusconi-Letta-Martino-Pollari). Su Pollari pesano ora i "piani" di Washington e le influenze di un gruppo di pressione ben organizzato installato all'interno del Pentagono (Office for special Plans). Lo slittamento di obiettivi e metodi si specchia anche nella variazione del quadro di riferimento istituzionale. Il direttore del Sismi non risponde più al ministro della Difesa, che pure gli rifila la presenza in Italia di Michael Ledeen.

Lavora, di concerto, con il consigliere diplomatico della presidenza del Consiglio Gianni Castellaneta (di fatto, il "consigliere per la sicurezza nazionale italiano", con un filo diretto con Condoleezza Rice e Stephen Hadley). È, senza mediazioni o collegialità, alle dipendenze di un Berlusconi che dialoga direttamente con Bush. Al presidente degli Stati Uniti, il premier italiano consegna, vantandosene, intelligence e ne riceve indicazioni che diventano "agenda" per il nostro servizio. Mentre Gianni Letta intrattiene, con modi cortesi, l'opposizione coinvolgendola in operazioni di cui svela l'inessenziale.

In questi giorni di furiose polemiche e di smentite che non smentiscono, nessuno sembra aver voglia di "guardare la palla". Ci si accapiglia sul destino di Nicolò Pollari che, al contrario, appare il bruscolo nell'occhio. Non la trave. Poteva Pollari decidere da solo di mandare i suoi uomini in guerra? Poteva, senza un'indicazione o una copertura politica, avventurarsi lungo il sentiero assai sdrucciolevole della disinformazione e dei dossier fasulli? È utile al governo tenere la testa di Nicolò Pollari sul ceppo. Concentrata l'attenzione sul direttore del Sismi, o sprofondato il suo destino nell'eterno conflitto tra apparati (come pare credere anche una parte dell'opposizione), si possono non prendere in esame la pianificazione della guerra, l'intelligence manipolata che l'ha giustificata, l'impiego dei nostri uomini direttamente sul campo di battaglia. Si può nascondere chi, di quelle operazioni, ha avuto la responsabilità politica. Il ministro della Difesa Antonio Martino, il "consigliere per la sicurezza" Gianni Castellaneta, lo stesso presidente del Consiglio. È l'Italia a cui piace far volare gli stracci.




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1 novembre 2005




L'obiettivo dell'attacco era il generale Khattab Abdallah Areb
Il militare: "L'ho visto correre con una cintura espolsiva"
Kirkuk, bambino kamikaze
contro il capo della polizia


BAGDAD - Un bambino di una decina di anni si è fatto esplodere questa mattina a Kirkuk, nel nord dell'Iraq, contro l'auto del capo della polizia. L'obiettivo dell'attentato era il generale Khattab Abdallah Areb che è rimasto ferito al ventre, al petto e ad una gamba ed è adesso ricoverato nell'ospedale della città petrolifera irachena.

E' stato lo stesso Areb a raccontare di aver visto un bambino di età compresa tra i dieci e i tredici anni, che indossava una cintura esplosiva e che correva verso il convoglio sul quale stava viaggiando. Il ragazzino ha azionato la carica, ma non è riuscito ad avvicinarsi abbastanza da portare a termine il suo proposito.

L'episodio di Kirkuk non sarebbe isolato: ieri il Comando Usa aveva infatti denunciato che a Tal Afar, roccaforte della guerriglia non lontana da Mosul, i ribelli "si sono serviti di donne e bambini per attaccare le forze di sicurezza". Sempre oggi altre due esplosioni di ordigni contro pattuglie della polizia e dell'esercito, avvenute a Kirkuk hanno causato cinque morti, due poliziotti e tre guardie nazionali.




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